L’imprevisto
Quest’anno il tradizionale seminario del Doshu a Firenze si è svolto, per indisponibilità dei locali del Ki Dojo, presso la palestra Shiro Saigo di Prato. Per me è stato un seminario particolare, dal momento che è stata l’occasione per il mio esame di terzo dan ed oltre a questo perché sono stato coinvolto nell’organizzazione dell’evento e soprattutto nella gestione del problema dell’indisponibilità del Ki Dojo, che per fortuna è stata compensata. A questo proposito mi sento di ringraziare pubblicamente lo shihan Mario Peloni oltre a Piero e Mara del dojo di Prato per l’ottima gestione dell’emergenza e per la capacità, confermata una volta di più, di garantire la consueta ottima accoglienza ed assistenza a tutti i partecipanti.
Il Cammino
Uno dei temi di questo seminario è stato il significato di praticare un’arte marziale, che non a caso noi chiamiamo do, cioè via. Un altro termine per esprimere il concetto di via in giapponese è michi.
Nel nostro quotidiano quando parliamo di via o di strada siamo abituati a pensare a qualcosa che può essere percorso in macchina o comunque pensiamo a qualcosa per cui si parte, c’è qualcosa in mezzo che chiamiamo viaggio e poi si arriva a destinazione. Con questa immaginazione quel qualcosa nel mezzo non è poi così rilevante ed anzi spesso è visto come un fastidio. La via è qualcosa che invece si percorre a piedi ed in cui la componente importante non è la destinazione ma il passo attuale, il momento presente che ci porta a migliorare, anche di poco, noi stesse e la nostra condizione. Il Doshu lo dice spesso, la differenza tra un’arte marziale e uno sport è che la prima è qualcosa che prevede un miglioramento continuo e costante in ogni momento di pratica ed in ogni istante di vita.

E’ un po’ come percorrere la via degli Dei tra Bologna e Firenze anziché prendere un treno ad alta velocità che, passando sotto le montagne, ci teletrasporta da una città all’altra, senza però mostrarci niente di ciò che attraversiamo. A proposito di via degli Dei, come preparazione spirituale per l’esame, ho pensato bene di fare un trekking in Appennino a circa duemila metri. Durante una delle fasi più dure di ascensione del mio percorso mi sono sorpreso a sperare che davanti a me ci fosse ancora il tracciato CAI, perché dalla mia posizione non mi era possibile capire se mi sarei trovato davanti un tratto esposto, una parete di roccia attrezzata o chissà cos’altro e quella via non l’avevo mai battuta prima.
Il caso ha voluto che durante il seminario, il Doshu abbia parlato di michi accostandolo proprio alle uscite in montagna, nella neve, dove la via è solo quella che ci lasciamo dietro, ovvero le nostre orme, mentre davanti a noi c’è un foglio bianco e nient’altro. Questo senso di sospensione e di continua novità è la parte per me più eccitante del trekking perché in un certo senso bisogna avere fede. Fede anzitutto che davanti a noi ci sia ancora qualcosa, che la via continui e che riusciremo ad affrontarne gli ostacoli. Per fare ciò è fondamentale conoscere la montagna, la neve, il ghiaccio e le loro insidie, ma ancora di più forse bisogna conoscere i propri limiti. Credo che un’arte marziale serva soprattutto a questo, a prepararsi per una inaspettata parete di roccia senza appigli, ad un manto di neve che diventa all’improvviso una lastra di ghiaccio, a conoscere fino a che punto può arrivare la propria fobia del vuoto ed a controllarla.
Il buio
Malgrado questo sia stato un esame per il quale ero pronto ormai da molto tempo, curiosamente non avevo mai (con la sola eccezione di bokken con jo) provato il materiale d’esame con i quattro ukemi che mi hanno accompagnato. In un certo senso l’esame non è stato né pianificato né coreografato a tutto vantaggio sia della libertà di espressione mia che dei miei uke, i quali per inciso sono stati assolutamente meravigliosi per capacità, intensità, resistenza e feeling, ciascuno col proprio stile. Un altro elemento che ha contribuito ad aggiungere spontaneità all’esame è stato il fatto che, per i problemi di cui accennavo del Ki Dojo, ho potuto riprendere a praticare Aikido dopo la pausa estiva soltanto 4 settimane prima dell’esame. Insomma proprio come in montagna, quando non sai cosa ti troverai davanti ed ogni metro è una scoperta.

A giudicare dai feedback credo che l’esame sia stato un bel vedere, personalmente sono stato molto soddisfatto di come è andato e delle sensazioni che mi ha lasciato. Inoltre, a proposito di imprevedibilità, durante l’esame, alla fine del randori che chiude il decimo tsuzukiwaza mentre ero in seiza pronto a fare il saluto ai miei ukemi con il pubblico che aveva già cominciato ad applaudire, di colpo, è andata via la luce e siamo rimasti al buio completo, immobili.
E’ stata una sorpresa, totalmente non intenzionale, anche se il tempismo era così perfetto da sembrare un colpo di teatro, subito rimarcato da tutto il tatami con una seconda ondata di applausi. Per un lasso di tempo che lì per lì non avrei saputo quantificare, quel buio improvviso mi ha portato altrove, lontano dal tatami e dall’esame, al riparo dal rumore.
Così, un po’ come in un film, ho guardato il percorso alle mie spalle, tutti quei momenti che, sommati, per volontà o accidente mi hanno portato esattamente al momento presente. In particolare, ci sono tante persone con cui ho condiviso momenti importanti dentro e fuori al tatami per preparare questo esame, i miei ukemi, il mio dojo e gli istruttori che al suo interno mi hanno visto “crescere” fino a diventare uno di loro, tutti i compagni di pratica vicini e lontani, gli amici con cui ho condiviso i dubbi e gli incoraggiamenti, Stella con cui ho condiviso la paura di non essere all’altezza delle mie aspettative.
A tutte queste persone va il mio grazie.
C’è una persona che, purtroppo non posso più ringraziare ed è il mio Maestro. A lui vorrei dire che ho passato anni a cercare invano un vecchio video proprio del suo esame di terzo dan, che in uno dei dopocena post pratica letteralmente mi fulminò per qualità. Conservo ancora il ricordo di un nage potente, vitale, inarrestabile. Ho passato ore e ore di pratica ad inseguirlo sul tatami quel nage, levigando i miei movimenti, pulendo le tecniche, sudando e faticando per capire che ritmo e velocità sono due cose diverse e che “essere bravi non basta”. In quel momento di buio ho sperato che lui questo mio esame lo fosse riuscito a vedere in qualche modo da dovunque sia adesso, o quantomeno che sia arrivato ad immaginarlo o anche solo a sognarlo quando era ancora con noi. Ho sperato che si fosse, in qualche modo, potuto godere lo spettacolo perché, da come mi hanno detto, è stato un gran bello spettacolo ed in gran parte è stato merito suo.
